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| Relazione | La Famiglia volto della chiesa: fare della chiesa una casa (Intervento del prof. Gregorio Vivaldelli) |
| 25 maggio 2006 | A cura di Riccardo e Roberta Gambini |
Ha introdotto la relazione il diacono Giovanni Visconti, responsabile insieme alla moglie Laura dell’uff. diocesano per la pastorale della famiglia, proponendo alcune domande volte a capire il ruolo della missionarietà della Chiesa:
Con competenza e vivacità, forte dell’esperienza di biblista e di padre di famiglia con 4 figli, Gregorio Vivaldelli ha cercato di far riflettere l’assemblea dei presenti sucome la casa sia il luogo fondamentale di ogni famiglia e come, per ogni famiglia cristiana, sia il luogo dove poter vivere concretamente la propria fede. Partendo da questa affermazione, ha evidenziato come la casa sia proprio il trampolinoperlanciarsi come famiglie ed essere testimoni di Cristo Risorto. Essa è il luogo dove viviamo giorno e notte, dove siamo chiamatia crescere come famiglia, ma non per noi stessi, soprattutto per gli altri. La riflessione si è indirizzata alla 1° lettera di Pietro, proposta dalla Chiesa italiana in preparazione al Convegno di Verona e il relatore ce l’ha presenta in tutta la sua attualità. Oggi, come duemila anni fa, si avverte l’urgenza di dare testimonianza di speranza che è diventata merce rara ( sembra quasi una parola tolta dal vocabolario comune); invece, in ogni uomo, c’è una sete insaziabile di speranza ed è indispensabile reintrodurre, con pudore ed attenzione, parole come “speranza” ed“eternità”. La speranza è quel misterioso soffio nel cuore degli uomini che permette di ricominciare ogni giorno, è la capacità di ripresa. Invece, l’uomo e la donna di oggi, nontrovano più motivi sufficienti per investire una vita, per amare una persona, per sperare, per dare un senso alla propria vita. La lettera di Pietro punta a parlare dell’identità dei cristiani e della speranza che sono chiamati a testimoniare: infatti essi vivono nella speranza. I cristiani devono mostrare la speranza perchè essi la possiedono in un modo così forte che non possono non avere influenza sul mondo circostante. Questa speranza è una persona: il Risorto. Il messaggio di Pietro entra nella nostra quotidianità per fortificarci, per invitarci alla santità (la santità è l’arsura del cristiano), per conformare il nostro cuore al cuore del Cristo Risorto. Nei primi due versetti della lettera, l’autore si presenta come apostolo di Gesù Cristo e proprio come famiglie siamo invitati a fare una piccola riflessione sulla figura di Pietro. Con la sua vita egli ci ha insegnato a fare tesoro delle fragilità umane per scoprire Cristo. Pietro era impastato di una fragilità infinita, ma ha capito che la fragilità è il terreno preferito per edificare la chiesa. Non siamo noi a testimoniare Cristo, ma è Cristo che proprio attraverso la nostra fragilità fa prodigi :“èquando sono debole che sono forte”. Nella cultura dominante di oggi è il modello di perfezione fine a se stessa che sta condizionando la società Invece, Pietro ci dice, che sono proprio le povertà, tutte le fragilità, il luogo preferito attraverso il quale la grazia di Dio può manifestare la speranza e la gioia cristiana. Qual è dunque la famiglia cristiana? E’ quel nucleo di persone che hanno colto che qualunque sia la loro debolezza, essa non è mai così grande da confondere l’amore infinito di Dio. I destinatari della lettera di Pietro erano i cristiani dispersi. Anche noi siamo dispersi, ma è questa la realtà del cristianesimo. Il cristianesimo è la capacità di lavorare nascostamente nei luoghi dove si può far crescere la società dove si formano gli uomini: le nostre case. Occorre che glisposi cristianiriflettano sulla propria chiamata matrimoniale, abbiano l’ardire di capire il senso della domanda più grande che formulano quando chiedono a Dio di benedire il loro amore: essi mettono il loro matrimonio nelle mani di Dio. L’unica garanzia di amore è il Suo amore per ognuno di noi, è solo quello che può proteggere le nostre fragilità. Per stare insieme occorre avere la consapevolezza che il primo figlio da accudire è la coppia. Riflettere sulla vocazione è andare all’origine del perché ci siamo sposati. L’ assenza di cura del nostro carisma mina, spesso, alla base l’istituto familiare. Dobbiamo testimoniare che c’è un amore e che l’amore di Dio è eterno. Gli sposi cristiani sono persone che, senza trionfalismi, avvertono in qualche modo la propria vita come risposta ad una vocazione, la loro casa come una chiamata. La casa ha un doppio valore:
Che contributo può dare la famiglia alla chiesa? Per essere testimoni efficaci si deve riflettere sulla propria chiamata. Percepirsi eletti significa avvertire la responsabilità per la Chiesa a favore del mondo. Percepirsi chiamati ci aiuta a prendere consapevolezza che Dio ha bisogno di ognuno di noi così come siamo, non di superuomini o di superdonne. Siamo chiamati ad essere cristiani nelle nostre case, nel nostro mondo, è questo il luogo della nostra vocazione. Ciò significa non fare teorie spirituali, ne porsi ideologicamente contro, ma essere capaci di dareun senso all’oggi “proprio” e “di chi ci sta accanto”. Il bisogno di senso provoca il grande smarrimento dell’oggi. E il cristiano ripone in Gesù Cristo l’unica vera speranza dell’uomo. Per Pietro Gesù è il dono più grande: favorire l’incontro con Cristo è il dono più grande che si può offrire. L’uomo ha fondamentalmente bisogno di Cristo, perché solo Cristo ha la risposte sul nostro passato, presente e futuro. Tutto questo deve essere fatto con dolcezza. Con la litigiosità il messaggio non potrà passare. Dobbiamo cercare di non avere l’ultima parola. Seminare speranza è il grande compito dei seguaci del risorto. Quando parliamo di resurrezione parliamo di un faro che illumina tutto il vangelo, la nascita, la vita, la morte di Gesù. E per noi: “ Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” Nel dibattito che è seguito è emerso il problema “assordante” del numeroso numero delle famiglie in crisi o già separate. Il relatore, tuttavia, ha sostenuto che esistono anche moltissime coppie innamorate di Cristo e della Chiesa e tutte hanno una caratteristica: “non fanno rumore”; queste famiglie “del silenzio” sono eroiche, nel deserto del mondo. Dobbiamo avere speranza, ripartendo proprio dalla nostra quotidianità Ognuno di noi può accogliere nella propria casa famiglie amiche e, senza bisogno di dover parlare per forza di Gesù, suscitare domande, riflessioni, emozioni che interpellano e producono vita . Tutto questo è già speranza in atto.
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